
Si è svolto venerdì scorso, presso il Centro Comunitario della Parrocchia Gesù Operaio di Monterotondo, l’incontro dal titolo “Testimonianze da Rondine Cittadella della Pace”, ultimo appuntamento del Corso di Formazione all’Impegno Politico e Sociale 2025/2026, promosso dall’Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi Sabina-Poggio Mirteto.
La serata ha rappresentato un momento particolarmente intenso e partecipato, che ha coinvolto numerosi cittadini, operatori pastorali e persone interessate ai temi della pace, del dialogo e della gestione dei conflitti. Attraverso racconti concreti e profondamente umani, i presenti hanno potuto conoscere da vicino l’esperienza educativa e formativa di Rondine Cittadella della Pace, realtà internazionale impegnata nella promozione della riconciliazione tra popoli in conflitto.
Come è stato spiegato durante l’incontro, Rondine nasce con una missione precisa: ridurre i conflitti armati e diffondere un metodo educativo fondato sulla trasformazione creativa del conflitto, attraverso l’esperienza di giovani che imparano a riconoscere l’umanità anche in chi è stato considerato un nemico.
Il metodo Rondine: imparare a vivere insieme per costruire la pace
Al centro dell’esperienza di Rondine c’è la World House, una comunità in cui giovani provenienti da Paesi segnati da guerre e tensioni internazionali scelgono di vivere insieme, condividendo la quotidianità, lo studio e le relazioni.
Non si tratta semplicemente di un progetto educativo, ma di un vero e proprio laboratorio di convivenza. I partecipanti affrontano ogni giorno le difficoltà del dialogo, imparano a gestire i conflitti e a trasformare il dolore in responsabilità. La pace, in questo contesto, non è un’idea astratta, ma una pratica concreta che nasce dalle relazioni.
Questa esperienza ha suscitato grande interesse tra i presenti, perché mostra come sia possibile costruire percorsi di riconciliazione anche in situazioni che sembrano segnate da divisioni profonde.
Le testimonianze: parole semplici, ma cariche di verità
Il momento più significativo della serata è stato senza dubbio quello delle testimonianze di Alena Grechneva, di origine ucraina, e di Tata Shamatava, proveniente dalla Georgia.
Le due giovani hanno parlato con semplicità, in un italiano imparato da poco, ma proprio per questo ancora più autentico e diretto. Le loro parole non erano discorsi preparati o teorici, ma racconti di vita vissuta, segnati dalla guerra, dalla paura e dalla perdita, e allo stesso tempo dalla speranza e dal desiderio di costruire relazioni nuove.
La testimonianza di Alena: la ricerca della libertà e della comprensione
Alena Grechneva ha raccontato la complessità della propria storia personale, segnata dal conflitto tra Russia e Ucraina. Nata in Russia da famiglia ucraina, ha vissuto fin da giovane il peso delle tensioni politiche e delle divisioni tra i popoli.
Nel suo racconto ha ricordato come, già da bambina, si interrogasse sulla possibilità di una guerra tra i due Paesi e su quali conseguenze avrebbe avuto per la sua famiglia. Quella domanda, che allora sembrava lontana, è diventata realtà pochi anni dopo, segnando profondamente la sua vita e quella di milioni di persone.
Durante la sua esperienza a Rondine, Alena ha scoperto quanto sia difficile, ma anche necessario, convivere con persone provenienti da contesti considerati nemici. Ha raccontato come la vita quotidiana condivisa — cucinare insieme, studiare, dialogare — possa cambiare lentamente lo sguardo sull’altro e generare una comprensione reciproca.
Il suo messaggio è stato chiaro: la pace non nasce dalle dichiarazioni, ma dalle relazioni concrete tra le persone. La sua testimonianza ha colpito profondamente i presenti proprio per la sua autenticità e per la forza con cui ha espresso il desiderio di libertà e di dialogo.
La testimonianza di Tata: il ricordo della guerra e il coraggio di ascoltare
Particolarmente commovente è stata anche la testimonianza di Tata Shamatava, che ha condiviso i ricordi della guerra russo-georgiana del 2008, vissuta quando aveva soltanto sei anni.
Con parole semplici e profonde, ha raccontato l’angoscia vissuta dalla sua famiglia durante quei giorni: la paura delle bombe, l’assenza del padre, le domande senza risposta di una bambina che non riusciva a comprendere ciò che stava accadendo.
Il momento più doloroso del suo racconto è stato quello legato alla perdita dello zio, scomparso durante il conflitto e ritrovato solo molto tempo dopo. Un evento che ha lasciato una ferita profonda nella sua famiglia e nella sua memoria.
Eppure, nonostante il dolore, Tata ha scelto di intraprendere un percorso di dialogo e di riconciliazione. Oggi vive e studia accanto a giovani provenienti da Paesi che un tempo associava alla paura e al nemico. Una scelta difficile, ma carica di significato.
Il valore educativo dell’incontro per la comunità
L’incontro con i giovani di Rondine ha rappresentato un’occasione preziosa per riflettere sul significato della pace e sul ruolo che ciascuno può svolgere nella costruzione di relazioni più giuste e solidali.
Le testimonianze ascoltate hanno mostrato che il conflitto non è soltanto un problema internazionale o politico, ma una realtà che attraversa la vita delle persone e delle comunità. Allo stesso tempo, hanno dimostrato che è possibile trasformare il dolore in responsabilità e il confronto in dialogo.
In questo senso, la serata si inserisce pienamente nel percorso formativo promosso dalla Pastorale Sociale e del Lavoro, che intende offrire strumenti culturali e spirituali per affrontare le sfide del nostro tempo.


