OMELIA PER LA MESSA CRISMALE 2026

Chiamati a fare di più

Si pubblica di seguito il testo dell’omelia tenuta dal Vescovo Ernesto alla MESSA CRISMALE presso la Chiesa di S. Martino in Monterotondo il 1° Aprile 2026

Come ogni anno, in questa celebrazione estremamente significativa per la vita della nostra Chiesa Diocesana, è risuonata la Parola con la quale Gesù, nella sinagoga di Nazareth descrive la sua missione: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18). Come ben sapete, il triennio pastorale 2025 -2028 lo stiamo dedicando e lo dedicheremo ad una riflessione sul tema dell’evangelizzazione. Quando penso a questo tema, che indica la missione essenziale della Chiesa, spontaneamente si forma in me un sentimento: il rimorso oggettivo di non essere riuscito, in questi anni di ministero episcopale in mezzo a voi, a fare di più. Ve lo scrivevo anche nella lettera pastorale che ho indirizzato alla Diocesi all’inizio di questo anno pastorale. Ma non è di me che voglio parlarvi. Desidero invece, con forza, invitarvi tutti e soprattutto chi nella nostra Chiesa Sabina ha compiti di responsabilità, in particolare i presbiteri, a condividere il sentimento di cui vi sto parlando e a dire, ciascuno a sé stesso: AVREI POTUTO FARE DI PIÙ. È un esame di coscienza, al quale vi invito, che richiede onestà e anche una buona dose di spietatezza. Ovviamente l’esame di coscienza va fatto personalmente, anche perché «a lavar la testa all’asino si spreca tempo, acqua e sapone». Io mi limito semplicemente a descrivere alcune situazioni che ci portano, di fatto, a rallentare il mandato che il Signore ha affidato ai suoi discepoli di annunciare il Vangelo.

Perché non sono riuscito a fare di più? La risposta a volte è molto semplice: perché non sono capace! Nel Vangelo di Luca si narra che Gesù sale sul monte e li si trasfigura davanti ai tre suoi discepoli. Poi scende dal monte e una grande folla gli si avvicina. Dalla folla una persona grida verso Gesù, supplicandolo di liberare il suo unico figlio dal demonio, e gli dice: «Ho pregato i tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti» (Lc 9,40). Non sono riuscito a fare di più perché non sono capace! E che c’è di strano? Ci sono nella mia vita mille cose che non sono capace di fare! Anzi l’apostolo Paolo afferma: «Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze» (2Cor 12, 5). Il problema non sono le mie incapacità. Il problema è un altro: io non sono capace (e questa è una cosa normalissima) ma, impedisco a chi è capace di agire (e questo potrebbe essere frutto a volte della stupidità e spesso della gelosia). Dobbiamo stare molto attenti ad evitare che a noi si applichi il rimprovero aspro che Gesù rivolge ai dottori della Legge: «Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito» (Lc 11,52).

C’è un’altra cosa che frena lo slancio missionario. Nel Vangelo di Luca si narra: «Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali» (Lc 10,1ss.) Perché questo ordine perentorio: “non portate borsa; né sacca, né sandali”? Certamente Gesù raccomanda agli evangelizzatori di evitare false sicurezze umane. Ma possiamo dare a queste parole anche un altro significato: l’evangelizzatore non deve avere nessun altro interesse se non il Vangelo stesso. È bello nella vita avere tanti interessi, ma quando il vero interesse della mia vita è il mio egocentrismo, la pura ricerca del mio benessere, allora questo atteggiamento rende impossibile l’annuncio del Vangelo. «Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,31-34). L’evangelizzatore diventa un ‘pagano’ quando cerca la sua effimera, e spesso fallace, autorealizzazione. Che cosa mi ha impedito e ci impedisce di fare di più? Il mio, il nostro maledetto egocentrismo!!!

C’è una terza cosa che a volte frena lo slancio missionario. Mentre i primi due ostacoli sono di natura “umana”, cioè derivano dal nostro temperamento, dai nostri inevitabili limiti, il terzo impedimento è molto sottile e allo stesso tempo pericolosissimo e si esprime con una tentazione: «chi me lo fa fare?» oppure «non ce la faccio più!». Questa è una tentazione che colpisce non tanto i mediocri, ma colpisce soprattutto coloro che accolgono il mandato di Gesù con più entusiasmo e impegno. Nel Libro dei Numeri si racconta (cfr. Nm. 11, 1 e ss): «La gente raccogliticcia, in mezzo a loro, fu presa da grande bramosia, e anche gli Israeliti ripresero a piangere e dissero: “Chi ci darà carne da mangiare? Mosè disse al Signore: “Perché hai fatto del male al tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, al punto di impormi il peso di tutto questo popolo? L’ho forse concepito io tutto questo popolo? O l’ho forse messo al mondo io perché tu mi dica: “Portalo in grembo”, come la nutrice porta il lattante!”. Non posso io da solo portare il peso di tutto questo popolo; è troppo pesante per me. Se mi devi trattare così, fammi morire piuttosto, fammi morire, se ho trovato grazia ai tuoi occhi; che io non veda più la mia sventura!”». Viviamo in un tempo in cui si sta verificando un progressivo imbarbarimento della realtà sociale nella quale esercitiamo il ministero che ci è stato affidato. Quotidianamente poi ci scontriamo, nella nostra specifica realtà sabina, con un livello umano, culturale e spirituale a volte veramente scarso.

Desidero esprimere, con tutta la forza possibile, la mia gratitudine e la mia ammirazione verso quanti, in particolare i presbiteri, combattono contro la tentazione dello scoraggiamento e contro la tentazione di tirare i remi in barca. Dobbiamo combatterla questa tentazione e la forza per combatterla la ricaviamo dal Signore stesso. Anche lui ha vissuto questa tentazione: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?» (Mt 17,17). Ma il superamento di questa tentazione richiede anche la solidarietà di tutti e, ripeto, richiede in particolare la solidarietà dei confratelli nel sacerdozio. Dobbiamo essere grati a quanti si trovano a lavorare in contesti che offrono pochissime gratificazioni. Dobbiamo evitare assolutamente (e questo lo deve fare innanzitutto il Vescovo) di insegnare a chi sta in trincea come si combatte.

Sono partito da un rimorso: POTEVO FARE DI PIÙ. Chiediamo perdono se abbiamo frenato il cammino del Vangelo con la sciocca gelosia, con la ricerca del proprio interesse, con la mancanza di coraggio. Quel ‘di più’ che non siamo riusciti a realizzare nel passato, il Signore ci conceda di poterlo realizzare nel futuro.