
Il Giubileo che abbiamo vissuto ha avuto come tema: Peregrinantes in spem. Si conclude il Giubileo ma continua il nostro pellegrinaggio: la storia dell’umanità, la storia della chiesa, la nostra storia personale è un pellegrinaggio. L’archetipo, il modello di ogni pellegrinaggio è il cammino compiuto dal popolo di Israele verso la terra promessa: l’Esodo. Questo cammino è caratterizzato da molteplici difficoltà e ostacoli. Ne sottolineo tre: la mormorazione, la divisione e la paura.
La chiusura del Giubileo coincide inoltre con la festa della Sacra Famiglia. Nel testo evangelico che è stato proclamato vi è un riferimento esplicito all’Esodo: Dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ma, al di là di questo riferimento esplicito, noi possiamo leggere la vicenda del pellegrinaggio del popolo di Israele attraverso il deserto trovando in esso degli spunti per leggere la nostra vita personale, la nostra vita familiare, il nostro cammino ecclesiale. Per continuare a camminare verso la speranza dobbiamo imparare come Chiesa, come famiglie, come persone, a superare i tre limiti che vi ho indicato: la mormorazione, la divisione, la paura.
Il cammino di Israele verso la terra promessa fu innanzitutto caratterizzato dalla mormorazione e dalla continua tentazione di tornare indietro. Nel salmo 95 è scritto: Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere. Che cosa è la mormorazione? L’incapacità di vedere il bene, la bellezza nella nostra vita, nelle persone e, in ultima analisi, l’incapacità di vedere le opere di Dio nella nostra vita. Questa incapacità porta a rimpiangere un passato e al desiderio di tornare indietro: Gli Israeliti dissero loro: “Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine” (Es. 16,3). Quante volte nella nostra vita personale, nella nostra vita familiare e anche nel nostro cammino ecclesiale siamo presi dalla scontentezza (l’incapacità di apprezzare) e pensiamo che la soluzione sia quella di tornare indietro.
Vi è un altro episodio molto significativo nel cammino dell’Esodo che costituisce un ammonimento per noi: la divisione Maria e Aronne parlarono contro Mosè …. Dissero: “Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?”. Il Signore udì. 3Ora Mosè era un uomo assai umile, più di qualunque altro sulla faccia della terra. (Num. 12,1 e ss). Il cammino verso la speranza viene ostacolato dal demonio della divisione che ha come madre l’invidia e come padre la mormorazione. Bellissime erano le parole della lettera ai Colossesi (3, 12 – 13) che abbiamo ascoltato: Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Il Signore liberi la nostra chiesa e le nostre famiglie dal demonio della divisione; il Signore liberi la nostra vita dal demonio dell’invidia. I sentimenti descritti dall’apostolo Paolo rendono la nostra vita un cammino che cresce verso la speranza; l’opposto di questi sentimenti amareggiano profondamente la nostra vita.
C’è un ultimo ostacolo da superare per camminare nella speranza e verso la speranza: la paura. Il popolo di Israele si avvicina alla Terra Promessa. Mosè manda degli uomini avanti come esploratori. Questi uomini, compiuta la loro missione, tornano indietro a riferire: la terra che abbiamo davanti è straordinaria, ma noi non abbiamo la forza di conquistarla perché è occupata da uomini più forti di noi. Solo Caleb e Giosué si oppongono con forza a questi profeti di sventura: Giosuè, figlio di Nun, e Caleb, figlio di Iefunnè, che erano stati tra gli esploratori della terra, si stracciarono le vesti e dissero a tutta la comunità degli Israeliti: “La terra che abbiamo attraversato per esplorarla è una terra molto, molto buona. Se il Signore ci sarà favorevole, ci introdurrà in quella terra e ce la darà: è una terra dove scorrono latte e miele. Soltanto, non vi ribellate al Signore e non abbiate paura del popolo della terra, perché ne faremo un boccone; la loro difesa li ha abbandonati, mentre il Signore è con noi. Non ne abbiate paura” (Num. 14, 6-9). Il cammino giubilare oggi giunge a compimento, ma continua il cammino della nostra vita personale, familiare, ecclesiale. Mi auguro che la Chiesa Sabina, come dicevo nella celebrazione del 6 luglio scorso qui a Farfa, sappia guardare sempre avanti. Nel Vangelo si diceva che Giuseppe ‘ebbe paura’. La paura è un sentimento frequente nella nostra vita e assume mille volti. Chi guarda avanti è sempre consapevole che rischia, che deve continuamente aggiustare il tiro; la novità richiede una forte capacità di lettura della realtà, una intelligenza feconda, cioè capace di generare. Prego che ciascuno di voi cammini nella speranza e prego perché nella chiesa Sabina ci siano sempre persone che, come Giosuè e Caleb, vi ripetano le parole che con veemenza (si stracciarono le vesti!) dissero agli Israeliti: Il Signore è con noi: non abbiate paura.
