Mons. Baturi ad Assisi: da Francesco il coraggio dell’essenziale

Nel giorno in cui Assisi commemora il Transito di San Francesco, a ottocento anni dalla morte del Patrono d’Italia, Mons. Giuseppe Baturi invita la Chiesa a tornare all’essenziale: guardare senza paura il mistero della morte, custodire ogni vita, annunciare il paradiso e farsi prossimi agli uomini del nostro tempo.

L’omelia è stata pronunciata il 3 ottobre 2026 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, durante i Primi Vespri della Solenne Commemorazione “Nel Transito di San Francesco”, nell’ambito dell’800° anniversario della morte di San Francesco. A presiedere la celebrazione è stato Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana.

San Francesco e il mistero della morte

Il punto di partenza dell’omelia è proprio il modo in cui Francesco affronta la fine della propria vita.

Mons. Baturi ricorda come il Santo di Assisi non fugga davanti alla morte, ma arrivi a chiamarla «sorella». Una scelta che nasce dalla sua conformazione a Cristo e dalla memoria costante della Croce.

Nel Transito di Francesco, il Segretario Generale della CEI individua così una provocazione anche per il nostro tempo, spesso portato a rimuovere la morte oppure a considerarla soltanto come un problema da gestire. La testimonianza del Santo indica invece la possibilità di guardarla senza fuggire, dentro la relazione con Cristo crocifisso.

La Chiesa, sottolinea l’omelia, è chiamata proprio per questo a offrire una presenza concreta: restare accanto a chi soffre, senza distogliere lo sguardo e senza lasciare solo chi attraversa il dolore.

Un amore pieno per la vita

Il secondo tratto del Transito evidenziato da Mons. Baturi è apparentemente paradossale: Francesco muore manifestando un profondo amore per la vita.

Negli ultimi giorni canta, invita i fratelli alla lode e guarda al creato come espressione della bellezza ricevuta da Dio. Da questo sguardo nasce anche una precisa responsabilità verso ogni esistenza umana.

Mons. Baturi richiama così il valore della vita fragile in una società che rischia di misurarla attraverso criteri di efficienza e utilità: «nessuna vita è senza valore, nemmeno quella che si spegne».

Annunciare il paradiso significa abitare il presente

Un altro passaggio centrale dell’omelia riguarda il paradiso.

Francesco muore annunciandolo e Mons. Baturi invita la Chiesa a recuperare la forza di questo annuncio. Non come fuga dalla storia, ma come una speranza capace di trasformare il modo stesso di vivere il presente.

La speranza cristiana diventa infatti accoglienza dei poveri e dei malati, attenzione verso chi non ha nulla da offrire e impegno nella costruzione della pace.

In un tempo attraversato da polarizzazioni, paure e guerre, l’annuncio cristiano ricorda che nessuno può essere considerato definitivamente nemico, perché tutti sono destinati allo stesso abbraccio di Dio. Il paradiso diventa così anche un criterio per costruire, già oggi, luoghi di riconciliazione.

Prossimità, custodia e cura

Francesco non muore solo. Intorno a lui ci sono i fratelli, che benedice e affida alla grazia di Dio.

Mons. Baturi riassume questa scena attraverso tre parole: prossimità, custodia e cura.

Prossimità perché la vicinanza deve diventare presenza concreta; custodia perché nessuno viene escluso dalla benedizione; cura perché Francesco, pur essendo prossimo alla morte, continua a preoccuparsi della sofferenza degli altri.

È una riflessione che l’omelia porta direttamente nella vita quotidiana: nelle parrocchie, nelle famiglie, negli hospice e nelle case nelle quali si accompagna un anziano o una persona malata.

«Nessuno dovrebbe morire solo e nessuno dovrebbe essere lasciato solo a portare il peso di chi muore», afferma Mons. Baturi.

«Nel nostro oggi tocca a noi»

La parte conclusiva dell’omelia trasforma la memoria del Transito in una consegna alla Chiesa di oggi.

Mons. Baturi riprende le parole di Francesco ai suoi fratelli: «Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo!».

Da qui nasce l’invito a vivere il presente con responsabilità: andare incontro agli uomini, testimoniare la verità e la misericordia di Cristo, costruire fraternità e accompagnare il cammino delle persone.

Nel gesto finale di Francesco non c’è un programma dettagliato, ma una direzione. È quello che Mons. Baturi definisce il “coraggio dell’essenziale”: lasciare cadere ciò che è accessorio e riconoscere che, davanti alla vita e alla morte, resta anzitutto l’amore ricevuto e donato.

A ottocento anni dal Transito di San Francesco, la sua testimonianza torna così a interrogare la Chiesa: trasformare la paura in fraternità, farsi prossimi a chi soffre e lasciare che la fede in Cristo trasfiguri il vivere e il morire, l’amare, il lavorare e il soffrire.